Il Guardiano del Faro

 

Il guardiano del Faro, amava il suo lavoro.
Era un lavoro notturno, ma a lui piaceva la notte, con i suoi silenzi e i suoi segreti.
Usciva la sera dopo cena, salutava la famiglia, e usciva, percorrendo il sentiero di nuda terra, che lo portava al vecchio faro in pietra.
Ogni sera, la stessa strada, ogni sera salutava il gufo «Salve a voi Signor Gufo, lieta vi sia la notte», ogni sera posava sotto il cespuglio verde le briccole di pane, «Buon appetito piccoli amici», ci aggiungeva sempre le briciole dei biscotti al burro, perché piacevano tanto agli uccellini.
Aspettava sempre posato sulla quercia, il passaggio del cervo albino, non voleva disturbarlo, era così bello e maestoso da vedere. Passeggiava sicuro, con il suo portamento fiero.
Cercava sempre di non far rumore quando usava la chiave sul vecchio chiavistello della grossa porta di metallo, non voleva disturbare il suono silenzioso della notte.
Tre giri a destra, uno a sinistra, come una cassaforte, e la porta si apriva come per magia.
Dopo averla chiusa dolcemente, saliva le scale anch’esse di pietra, conosceva a memoria ogni centimetro di quel faro, non gli serviva la luce, quello era il suo piccolo mondo.
Svolgeva con pignoleria il suo lavoro, accendeva la luce del faro, lo faceva manualmente, perché non si fidava delle “Cose elettroniche” le trovava sempre troppo irresponsabili, e inaffidabili.
Accesa la luce, si fermava sulla balaustra di metallo grigio, a guardare l’orizzonte, dove i pescatori, lo salutavano accendendo una fioca luce a intermittenza.
Rimaneva là, immobile, rapito dalla notte, a guardare la purezza dei quei serafini notturni chiamati stelle, apparire nel cielo come incatenate dalla musica di un Carillon. Abbracciavano la luna, mentre ella arrossiva sparendo al mattino, per quelle parole d’amore che le dedicava il mare, poi tornava silenzioso a casa, come un invisibile soffio di vento.
Faceva la stessa cosa ogni giorno, con lo stesso entusiasmo, della prima volta.
Poi c’era quella notte, l’unica dove non lavorava, la sua notte, quella speciale, la notte delle stelle cadenti.
Il guardiano si vestiva, indossava il cappotto nero, quello dei sogni infranti, prendeva dal baule la sua retina argentata, la sua sacca di cotone arcobaleno, e saliva sulla collina dietro casa.
Le conosceva tutte, quelle stelle cadenti, stella per stella, desiderio per desiderio.
Sceglieva con cura le stelle cadenti, lui il ladro di sogni infranti e desideri nascosti, che con crudele egoismo rubava i sogni e i desideri di chi non se li meritava.
Rubava così il desiderio di quell’uomo, cui sogno era solo il profitto, a vantaggio di tante anime disperate. Rubava il desiderio di quella donna, di veder soffrire la vicina di casa, senza nessun motivo, che la semplice fame di sofferenza altrui. Rubava sogni e desideri di persone avide e senza scrupoli, di criminali seminatori di odio, a chi vedeva nel diverso il male da eliminare.
Scuoteva la sua retina, ormai abile maestro, riusciva a prenderne anche quattro contemporaneamente, poi attendeva il primo timido sbadiglio del sole.
Teneva stretta con una mano la sacca color arcobaleno, dolcemente infilava l’altra mano dentro, prendeva uno per uno quel desideri rubati, e li lanciava nel cielo per coloro che non ne avevano più.
Li regalava alle persone maltrattate da anni, affinché trovino la forza per scappare, ai bambini senza sogni nascosti sotto il letto, li regalava ai soli, agli ultimi, i reietti, e gli abbandonati, perché anche un solo sogno, e un solo desiderio possa riaccendere la luce della speranza.
Tornava a casa il guardiano del faro, sorrideva con il sole, salutato dalle nuvole, consapevole che i sogni non devono morire mai, come l’aria che respiriamo nutrono le nostre anime, vivendo giorno dopo giorno, nel sorriso dell’universo, ricordandoci di non smettere mai di sognare.

 

Buon compleanno Etienne, non smettere mai di sognare.
Auguri da parte di quella bizzarra zia, che probabilmente non incontrerai mai.

 

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Pubblicato da LadySilence

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